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  • 1 giorno fa
«Gucci parla di un lusso che vuole essere visto». E venduto, aggiungeremmo. Demna restituisce alla vanità il diritto alla visibilità. “The Store Show”, terza sfilata per il direttore creativo di Gucci e prima espressione compiuta della sua visione, s’immerge nella concretezza.



Uomo e donna sfilano in successione: in un giorno di pellegrinaggi tra uno show e l’altro, l’approdo alla realtà ha un indirizzo preciso. Il desiderio entra in una boutique Gucci del futuro e vuole qualcosa.



Lui brama pantaloni alla caviglia, mocassini senza calze e sartoria aderente dalle spalle a pagoda: ha l’aria di chi eredita un palazzo ma delega le faccende pratiche ad altri. Le sue giacche corte si gonfiano sui jeans sottili e morbidi.

Lei mescola maneggio e strade metropolitane, camicie maschili e rugby, gonne a pieghe di tartan, pelle e lana a quadri. Le spalle severe rinunciano alle imbottiture: l’autorità conosce il sollievo di viaggiare leggera.



«È una questione di tensione fra decoro e sensualità», continua Demna. La lingerie affiora sotto lo shearling, la fascia stringe la vita con tre morsetti. Nell’abito “gravity”, un peso a goccia governa la caduta. Il bambù delle borse si ricompone in segmenti di pelle flessibili e i morsetti cambiano scala. L’archivio acquista l’agilità di chi conosce le regole così bene da aggiornarle con ironia.



«Il mondo ricompensa più spesso le apparenze del merito che il merito stesso», annotava La Rochefoucauld. Demna concede a clienti snob e un po’ esibizionisti la gioia di diventare qualcuno che li diverte.

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Dal Savoy delle origini tornano incontri, mescolanze, biografie da intrecciare. Il negozio riporta tutto alla prova della scelta. In camerino il rango incontra uno specchio esperto di vanità e di vendite. Per secoli occorreva nascere nella stanza giusta; qui conta riconoscersi, scegliere con consapevolezza ciò che ci rappresenta.



Il privilegio conserva i suoi poteri, il linguaggio degli abiti accoglie storie diverse: a ciascuno il piacere di entrare in scena con il proprio corpo e la propria vita. L’abito migliore ci somiglia e ci lascia spazio per cambiare. E per farsi ammirare.

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