La collezione A/I 2026-2027 nasce da un’idea apparentemente semplice e abissale: una donna è un processo in stato di emergenza permanente. Simone de Beauvoir sosteneva che non si nasce donna, lo si diventa. Miuccia aggiunge, con la sua consueta eleganza che taglia come un rasoio, che non lo si smette mai di diventare. La stratificazione degli abiti, sartoria sovrapposta a raso ricamato sovrapposto ad abbigliamento sportivo è la trascrizione tessile di quella verità scomoda che ogni donna porta in corpo e che la moda, di solito ignora.
[amica-gallery id="1523215" title="PRADA"] «Gli strati qui non sono solo strati di storia, ma anche di esistenze, di sentimenti, di emozioni», afferma Miuccia con la sua capacità di rendere ovvio ciò che nessuno osa dire ad alta voce. Con Raf Simons ha introdotto la rottura più sovversiva della stagione: non 60 look su 60 donne, ma 15 look su 15 donne, ciascuna che torna in passerella quattro volte, trasformata, stratificata fino a diventare qualcuna di diverso. «Ci piaceva la possibilità di rivedere ognuna di loro quattro volte in una sola sfilata», dice. Una donna vista una volta è un pregiudizio. Vista quattro volte, mentre si evolve senza chiedere permesso e senza spiegare perché, diventa un personaggio con cui fare i conti. Virginia Woolf aveva già detto tutto in Orlando: l’io non è un punto, è una traiettoria.
I materiali invecchiati con intenzione, sbiaditi, ricamati e poi fatti sembrare dimenticati in fondo a un cassetto raccontano di vissuto. La patina non è ciò che rimane dopo la bellezza. È ciò che la bellezza diventa quando smette di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. «Ci sono molti strati nella vita di una donna”, dice Miuccia, «ogni giorno richiede non solo abbigliamenti diversi, ma anche una pluralità di identità a cui attingere». Il poeta Walt Whitman ha scritto: «mi contraddico? Ebbene sì, contengo moltitudini». Una collezione che non veste un’identità. Ne celebra l’impossibilità di averne una sola.
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