Regia di Beeban Kidron. Un film con Tom Bell, Joss Ackland, Vincent Perez, Ian McKellen, Rachel Weisz, Kathy Bates. Titolo originale: Swept from the Sea. Genere Sentimentale - Gran Bretagna, 1997, durata 115 minuti. ... e naufragar m'è dolce in questo mare". Sarebbe bello poter far aderire la citazione leopardiana a quella che si presenta come una favola malinconica ove si narra di un amore travagliato, vissuto tra tramonti e flutti, love story fra due esseri stranieri per il posto in cui vivono e la gente che li evita, per chiunque eccetto l'uno per l'altra, e poi per l'acqua: il mare, liquido amniotico da dove un giorno lui arriva e al quale inevitabilmente dovrà tornare.
Eppure la poesia è ciò che di più lontano dal film si possa trovare (e che la realizzazione seriosa e velleitaria desidererebbe al contrario spacciare per tale). Perché Lo straniero che venne dal mare altro non è che un polpettone in salsa (insipida) di mare, con una sceneggiatura stiracchiata e umida di dejà vu, composto da scene che vorrebbero essere d'effetto e che invece sono spesso pompose e ancor più spesso retoriche.
Protagonisti di questo melodrammone stanco e stancante sono Vincent Perez, inespressivo e con un look a metà fra Raz Degan e il Jordi Mollà di Son de mar (guarda un po') e l'Ian McKellen che di lì a poco si sarebbe riscattato come estremamente buono (il Gandalf del Signore degli anelli) ed estremamente cattivo (il Magneto di X-Men) e che qui prende su di sé un ruolo ambiguo, forse il più interessante della vicenda, ma poco approfondito e che perciò rimane in superficie, soltanto un po' burbero e inebetito, con un'interpretazione a pelo d'acqua che non rimane impressa.
Last but not least l'eroina della storia, la controparte femminile: Rachel Weisz. L'attrice premio oscar è l'eccezione che conferma la regola (della bruttezza) di questo filmetto: sempre e comunque brava, creatura del cielo leggiadra e come al di sopra di tutto il resto, riesce a immergersi in una storia melensa e banale senza annegarvi dentro, e i suoi occhi soavi sono l'unico elemento che alla fine si ricorda (e che vale la pena ricordare), tanto sono intensi. E profondi, più profondi di tutte quelle onde che vediamo infrangersi infinite volte sulla scogliera, perfetta sintesi della ripetitività di un film altrettanto piatto, altrettanto blue (nel senso inglese del termine, cioè depresso) e dalla noia altrettanto trasparente e chiara fin dalle prime battute.
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