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  • 5 settimane fa
La Milano-Sanremo è chiamata da sempre la Classicissima di primavera, perché nel calendario del ciclismo è la prima grande prova dell’anno e il suo status di Classica-Monumento - potremmo definirle le 5 gambe di uno slam delle corse di un giorno: Sanremo, Fiandre, Roubaix, Liegi e Lombardia - ne fa la gara che indirizza un’intera stagione. Quest’anno poi la corsa quasi coincide con l’equinozio di primavera e dunque il suo abbraccio alla bella stagione - il meteo è annunciato clemente - non potrebbe essere più reale. Non solo. Nelle poche - troppo poche - volte in cui ho fatto parte della carovana, la discesa dal Passo del Turchino con la prima visione del mare di Liguria era una veranda che si apriva sull’estate. Un voltar pagina dall’inverno dei cattivi pensieri alla stagione della leggerezza, e il fruscio da giro d’aria che fa un gruppo di ciclisti in discesa ne è la perfetta colonna sonora. Arte in movimento.Non saranno così aulici, oggi, i pensieri di Tadej Pogacar, il fuoriclasse sloveno che ha stravinto quasi tutto ciò che c’è da vincere nel suo sport - nessuno dubita più che siamo dalle parti di Fausto Coppi ed Eddy Merckx - ma cui la Sanremo continua a resistere, e siamo ormai al sesto tentativo. Pogacar ha già detto che baratterebbe volentieri la vittoria di un quinto Tour de France con il primo successo a Sanremo e alla Roubaix, i monumenti che gli mancano per completare la collezione. È annunciato in gran forma, e avrà al suo fianco il formidabile Isaac Del Toro, il giovane messicano destinato a raccoglierne un giorno l’eredità - Pogacar ha 27 anni, Del Toro 22 - a meno che non si stufi prima e provi a cambiare squadra per dargli battaglia. Ecco, malgrado la gerarchia nella Emirates non sia in discussione - qualsiasi mossa avrà sempre la vittoria dello sloveno come obiettivo - una coppia del genere permette le più stuzzicanti varianti tattiche, e soprattutto il pressing sulla Cipressa, la penultima asperità della gara, che serve a scremare il numero dei candidati all’impresa sul Poggio. La Milano-Sanremo fa parte del mito per le sue caratteristiche di estrema semplicità. È la corsa più lunga, perché 298 chilometri non li fai nemmeno al Mondiale, e la selezione viene decisa innanzitutto da questa durata, che appesantisce le gambe in silenzio con la collaborazione di tre salite. La prima è il già citato Passo del Turchino, più lunga ma ancora lontana dal traguardo; la seconda è la Cipressa, breve ma a 25 chilometri dal rettilineo finale, la terza è il Poggio, brevissima, una pugnalata finale a 9 chilometri da via Roma. La Sanremo si risolve spesso lì, quando il gioco dell’attesa ha cucinato per bene gambe e teste, e un attacco affrettato o una risposta esitante possono perderti per sempre. Prima di accendere la tv, date un’occhiata allo stupendo finale dell’anno scorso, con Mathieu Van der Poel e Pogacar scappati in cima al Poggio, e ripresi a un chilometro dal traguardo da Filippo Ganna, il formidabile inseguitore azzurro. Inseguitore nel vero senso della parola. In volata fece secondo dietro Van der Poel, se oggi arrivano di nuovo loro tre non è detto che finisca ancora così.

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