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  • 1 giorno fa
C'è un documentario che in questo momento sta girando il mondo e facendo parlare di sé ovunque passi. Si chiama Scalfire la roccia – Cutting Through Rocks, è diretto da Sara Khaki e Mohammadreza Eyni, ed è candidato (tra i favoriti) all'Oscar 2026 per il miglior documentario. Qui sopra vi mostriamo in anteprima esclusiva un breve estratto.

Prima di arrivare a Los Angeles, Scalfire la roccia ha già vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2025 — il festival più importante per il cinema indipendente — ed è passato da Vision Du Réel, dal Festival Internazionale del Cinema di San Francisco, da Hot Docs in Canada e dal Giffoni Film Festival, dove si è aggiudicato il premio come Miglior Documentario.

Dall'8 all'11 marzo arriva nelle sale italiane grazie a Wanted Cinema, come evento speciale: quattro giorni per vedere un film che parla di libertà, coraggio e del prezzo che si paga quando si decide di non stare ferme. In Iran. Nel 2025.
Scalfire la roccia: la trama del documentario candidato all'Oscar 2026
Siamo nel nord-ovest dell'Iran, in un villaggio profondamente conservatore dove il tempo sembra essersi fermato molto prima della rivoluzione. Sara Shahverdi non è una persona qualunque: divorziata, motociclista, ex ostetrica, cresciuta da un padre che avrebbe voluto un maschio al suo posto. È la prima donna nella storia del suo villaggio a essere eletta consigliera comunale. E da quel momento in poi, niente è più come prima.

Sara non si accontenta di tenere il seggio: vuole cambiare le cose davvero. Mette fine alle promesse vuote dei consiglieri che l'hanno preceduta, si batte per la comunità. Ma, soprattutto, si schiera apertamente al fianco delle ragazze del villaggio, ancora intrappolate in matrimoni precoci e in un futuro già scritto da altri. Insegna loro ad andare in moto. Prova a spezzare tradizioni patriarcali radicate da secoli.

Il film è stato girato nell'arco di oltre 7 anni. E questo tempo si sente in ogni scena. Perché non c'è nulla di artificioso o costruito: solo la realtà di una donna che avanza, cade, si rialza e continua. Quando emergono voci che mettono in dubbio le sue intenzioni, quando la sua identità stessa viene attaccata, Sara deve fare i conti con qualcosa di più grande di qualsiasi ostacolo burocratico: la diffidenza silenziosa e tenace di chi preferisce che le cose restino esattamente come sono.
Perché Scalfire la roccia è un documentario sull'Iran diverso da tutti gli altri
Raccontare l'Iran dall'interno, con questa profondità e questa intimità, non è cosa da poco. I due registi — che nella vita sono anche marito e moglie — hanno avuto accesso a una comunità che difficilmente avrebbe aperto le porte a chiunque altro. Mohammadreza Eyni parla turco azero, la lingua del villaggio, e conosce dall'interno la cultura di quella regione. Sara Khaki, che aveva lasciato l'Iran da adolescente per studiare negli Stati Uniti e che per questo film torna nel suo Paese dopo 17 anni di assenza, è l'unica che poteva varcare la soglia degli spazi femminili di quella comunità conservatrice. Senza di lui, lei non avrebbe potuto. Senza lei, nemmeno lui.

Il risultato è un film che non giudica, non semplifica, non divide il mondo in buoni e cattivi. Mostra tutto - anche gli oppositori di Sara, anche il punto di vista di chi la ostacola - con uno sguardo che privilegia la comprensione alla condanna. E proprio in questo sta la forza di questo film.
Sara Khaki e Mohammadreza Eyni hanno mostrato la determinazione delle donne iraniane
Sara Khaki racconta che l'impulso a realizzare il film è nato da una convinzione radicata nel tempo. «Sono sempre stata attratta dalla forza e dalla determinazione di donne appartenenti a comunità sotto rappresentate, in particolare nella mia terra natale». Ha scoperto Sara Shahverdi durante una ricerca sulle imprenditrici iraniane, e qualcosa in quella storia l'ha colpita in modo viscerale. «Per me, Scalfire la roccia non è stato solo un film, ma una testimonianza dello spirito indomito di coloro che ispirano gli altri a sognare in grande».

Mohammadreza Eyni, che ha firmato anche la direzione della fotografia, descrive il suo metodo con una precisione quasi chirurgica. «La mia pratica consiste nell'osservare e ascoltare, per poi rispondere con la mia macchina fotografica». Racconta commosso di un momento in particolare: l'ultima volta che si vede uno dei personaggi, Zahra, ancora donna libera, ripresa in silenzio dietro una tenda di pizzo sulla soglia di casa. «Ecco, quei pochi secondi dimostrano visivamente la fine della sua giovinezza, con la tenda che rappresenta la barriera che la separerà dal mondo libero di cui un tempo faceva parte». Una scena di pochi secondi che vale più di mille spiegazioni.

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