«Da musicista jazz, vivi dentro un certo mondo. Non si tratta di soldi, non si tratta di avere un pubblico enorme. Si tratta di reinventarsi sempre, di ricrearsi, di fare qualcosa che spinga oltre i confini». Cassandra Wilson se ne andata a 70 anni, e con lei una delle voci più riconoscibili e più libere che il jazz abbia mai avuto: un contralto profondo e fumoso, capace di attraversare il blues del Delta, il folk, il country, il pop e persino il rock senza mai perdere la propria identità. Per lei il jazz non è mai stata una questione di etichette, generi, formule. Parlando degli anni dell'M-Base Collective con Steve Coleman, disse che l'idea alla base era «creare un linguaggio completamente nuovo nella musica, legato al vecchio, ma anche al nuovo». Per Cassandra Wilson il jazz non era un repertorio da preservare ma un metodo, un modo di ascoltare la propria vita e restituirla in musica, restando fedele solo a se stessi.
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Una voce nata nel Mississippi
Cassandra Wilson nasce a Jackson, Mississippi, nel 1955, in una famiglia dove la musica fa parte della quotidianità. Il padre è chitarrista e bassista jazz, la madre ama la Motown. Comincia a studiare pianoforte da bambina, poi a 12 anni prende in mano la chitarra e inizia a scrivere canzoni. Dopo gli studi in comunicazione e le prime esperienze nella scena musicale del Sud, approfondisce il jazz con il batterista Alvin Fielder. Poi arriva New York, all’inizio degli anni Ottanta, e con la città cambia anche il suo modo di concepire la musica. Qui incontra il sassofonista Steve Coleman e diventa una delle figure del collettivo M-Base, movimento che riunisce musicisti intenzionati a superare i confini del jazz tradizionale. È un passaggio decisivo per la sua formazione: Wilson sviluppa un linguaggio personale, capace di unire la tradizione afroamericana alla sperimentazione.
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La svolta con Blue Note
Dopo i primi lavori per l’etichetta JMT, nel 1993 firma con Blue Note Records. Nello stesso anno arriva Blue Light 'Til Dawn, l’album che segna la sua consacrazione. Wilson dimostra che il jazz può dialogare con blues, folk, country e rock, reinterpretando brani di Robert Johnson, Neil Young e altri autori della tradizione americana. Non si limita a cantare quelle canzon...
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