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  • 1 giorno fa
Qualche mese fa, sui social, ha iniziato a circolare un video di una ragazza che demoliva I Will Always Love You di Whitney Houston, una versione talmente sopra le righe che in America qualcuno ha giurato fosse generata dall'intelligenza artificiale. Quella ragazza è Beata MonaLisa Ernman, 20 anni, sorella minore di Greta Thunberg. Un'informazione che Beata, in una recente intervista a Interview Magazine firmata da Billy Parker, ha definito «la cosa meno interessante di me».

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Il nome, la famiglia, la scelta di non parlare di Greta
Si presenta con il nome MonaLisa, che non è un nome d'arte inventato ma quello con cui è nata, in omaggio alla nonna Mona e alla bisnonna Lisa. Sul rapporto con la sorella non si sbottona: quando le viene chiesto di lei, risponde semplicemente «non sono responsabile della vita di altre persone» e chiude l'argomento.

[caption id="attachment_2814908" align="aligncenter" width="819"] Beata MonaLisa Ernman[/caption]

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Il personaggio di Beata MonaLisa
Sul palco, dice, «non me ne frega niente. Fuori dal palco sono più sensibile». È una scelta consapevole: da ragazzina ha visto artisti gentilissimi in scena e sgarbati appena scesi, e ha deciso di ribaltare lo schema. «Devi costruirti un personaggio, così se critichi Bea non è personale» Fuori da quel personaggio, però, resta la ragazza bullizzata a scuola per essersi messa a cantare e ballare durante le recite. «Adesso i bulli mi seguono sui social e mi dicono "andavamo a scuola insieme". Io: no».

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Da Édith Piaf a Whitney: una tecnica costruita da sola
Beata MonaLisa non ha una formazione classica: ha frequentato una scuola di musica classica ma non le piaceva, preferiva il pop. La sua vera scuola è stato il teatro: per cinque anni, dai 12 ai 17 anni, ha interpretato Édith Piaf in scena, cantando ogni giorno il suo repertorio, un'esperienza che spiega perché, ancora oggi, canti dal vivo senza correzioni tecniche (niente Auto-Tune), definendo il suo stile «grezzo e brutale». Il video virale di Hymne à l'amour, la prima canzone che abbia mai cantato dal vivo, nasce dallo stesso impulso che l'ha portata a smontare Whitney Houston: prendere un classico esausto e romperlo per renderlo di nuovo suo.

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«Pro-queer, anti-macho»
«Pro-queer, anti-macho». È il messaggio esplicito del primo album, in lavorazione dai suoi 13 anni. La svolta, racconta, è arrivata quando Robert Fux, conduttore di Drag Race Sweden, l'ha invitata a esibirsi a un evento queer: «la notte più bella della mia vita», la prima volta in cui si è sentita «accettata come artista». Tornando a casa in taxi ha scritto di getto una canzone di ringraziamento, You're the Upgrade. Non si definisce lei stessa parte della comunità LGBTQ+, ma il suo pubblico sì, ed è già stata proclamata gay icon. Sul rapporto con l'industria non usa mezzi termini: «Ho molti produttori uomini etero che mi dicono come cantare. Vogliono sentire di avermi insegnato qualcosa. Una donna giovane e rumorosa è provocatoria, soprattutto per chi vuole avere il controllo».

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Contro la legge scandinava del non distinguersi
Beata cita spesso lo Jantelagen, la legge sociale scandinava non scritta secondo cui nessuno dovrebbe distinguersi dagli altri, una norma che scoraggia l'individualismo, l'ambizione eccessiva e il mettersi in mostra. «Se ti fai notare, ti trattano come una criminale. È una cosa terribile, soprattutto per gli artisti».  È forse la chiave più onesta per leggere tutto il resto: la voce sopra le righe, l'estetica ingombrante, il rifiuto di abbassare i toni non sono provocazioni fine a sé stessa, ma la risposta diretta a una cultura, familiare, nazionale, industriale, che le chiede da sempre di fare più silenzio.

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