Vai al lettorePassa al contenuto principale
  • 2 giorni fa
I minuti di recupero della partita fra Egitto e Iran resteranno per sempre, perché poche volte come ieri notte l’attrazione che il calcio esercita su molti di noi si è sviluppata con una potenza paragonabile. E non è stata solo l’emotività agonistica di quei dieci minuti, peraltro mostruosa, quanto quello che c’era dietro. L’Iran è un regime illiberale e brutale, e negli ultimi quattro mesi ce lo siamo dovuti ripetere spesso per non pensarli come i “buoni” di uno scenario nel quale erano stati aggrediti, oltre tutto senza quella prospettiva di regime change che avrebbe giustificato almeno moralmente l’attacco americano. Fra i rivoli di quella storia, abbiamo parlato per settimane della partecipazione della nazionale iraniana al Mondiale di calcio, l’evidente paradosso di un pugno di uomini in territorio nemico, disarmati sì ma altamente rappresentativi. Infatti Trump inizialmente non vedeva di buon occhio questa partecipazione, salvo ammorbidirsi mentre le trattative per la fine della guerra stavano procedendo. Un po’ a zigzag, ma avanzavano. Ugualmente la nazionale di calcio iraniana, le cui tre partite del girone erano in programma due a Los Angeles e l’ultima a Seattle, ha dovuto piazzare il suo quartier generale a Tijuana, pochi chilometri dentro il confine messicano, e le modalità dei suoi matchday non sono state uguali a quelle degli altri, come in una competizione sarebbe richiesto. Ultimata la partita avevano a malapena il tempo per fare la doccia, prima di risalire sull’aereo per Tijuana.L’Iran è una buona squadra. Niente di eccezionale, ma a questo punto è probabile che si congedi come prima dei non eletti: i tre pareggi ottenuti la fanno chiudere terza nel girone, e a meno di sorprese nelle ultime gare in programma stanotte la sua sarà la nona posizione di una classifica che ripesca le migliori otto. Lo ripeto: se Austria-Algeria non finisce pari, se il Congo non batte l’Uzbekistan, se la Croazia perde dal Ghana. Basta uno di questi risultati e l’Iran passa il turno. Che sia difficile, però, l’hanno capito anche loro nel lungo recupero di ieri, quando finalmente la squadra è andata con decisione all’assalto dell’Egitto alla ricerca del gol della vittoria che avrebbe chiuso il discorso a suo favore. Per dieci minuti non si è usciti dall’area egiziana, con la sensazione di una forza montante all’attacco e di una calante sempre più asserragliata nella ridotta dell’area piccola. Ha preso una prima traversa l’Iran, poi ha segnato il suo gol al culmine di una mischia furibonda, e la gioia dei “guerrieri” - come hanno deciso di chiamarli a Tijuana, stante gli ostacoli che hanno dovuto abbattere soltanto per giocare - è stata contagiosa: ma il colpo finale di Khalilzadeh era stato calciato in lievissimo fuorigioco, mezza scarpa per l’esattezza, e il richiamo del Var ha gelato l’illusione di uno stadio impazzito. C’è stata poi una seconda traversa, e una squadra in ginocchio al fischio finale respirando naso e bocca, perché di ossigeno nei polmoni non era rimasto nulla. Si è sentita allora, e penso sia accaduto a chiunque abbia seguito quei minuti, una profonda empatia con undici ragazzi arrivati a tanto così dall’impresa in condizioni disagevoli: non al loro regime, non ai dirigenti che hanno negoziato prima del match la non esposizione dei simboli del Pride come originariamente doveva essere (e in parte comunque è stato), soltanto a loro. Chapeau.

Categoria

🗞
Novità
Trascrizione
00:06I minuti di recupero della partita fra Egitto e Iran resteranno per sempre,
00:12perché poche volte, come ieri notte, la trazione che il calcio esercita su molti di noi
00:20si è sviluppata con una potenza paragonabile. E non è stata solo l'emotività agonistica di
00:25quei dieci minuti, peraltro mostruosa, quanto quello che c'era dietro. L'Iran è un regime
00:32illiberale e brutale e negli ultimi quattro mesi ce lo siamo dovuti ripetere spesso per
00:38non pensarli come i buoni di uno scenario nel quale erano stati aggrediti, oltretutto senza
00:44quella prospettiva di regime change che avrebbe giustificato, almeno moralmente, l'attacco
00:50americano. Fra i rivoli di quella storia abbiamo parlato
00:53per settimane della partecipazione della nazionale iraniana al mondiale di calcio.
00:58L'evidente paradosso di un pugno di uomini in territorio nemico, disarmati sì, ma altamente
01:06rappresentativi. Difatti Trump inizialmente non vedeva di buon occhio questa partecipazione,
01:12salvo ammorbidirsi mentre le trattative per la fine della guerra stavano procedendo, un po'
01:23tre partite del girone erano in programma due a Los Angeles e l'ultima Seattle, ha dovuto
01:28piazzare il suo quartiere generale a Tijuana, pochi chilometri dentro il confine messicano
01:34e le modalità dei suoi match day non sono state uguali a quelle degli altri come in una
01:40competizione sarebbe richiesto.
01:42Ultimata la partita aveva una malapena del tempo per farsi la doccia prima di risalire
01:47sull'aereo per il Messico.
01:50L'Iran è una buona squadra, niente di eccezionale, ma a questo punto è probabile che si congedi
01:56come prima dei non eletti. I tre pareggi ottenuti la fanno chiudere terza nel girone e a meno
02:03di sorprese nelle ultime gare in programma stanotte, la sua sarà la nona posizione di una classifica
02:10che ripesca le migliori otto. Lo ripeto, se Austria-Algeria non finisce pari, se il Congo
02:18non batte l'Uzbekistan, se la Croazia perde dal Ghana. Basta uno di questi risultati e l'Iran passa
02:25al turno. Che sia difficile però, l'hanno capito anche loro nel lungo recupero di ieri, quando
02:31finalmente la squadra è andata con decisione all'arrembaggio dell'Egitto, alla ricerca del
02:36gol della vittoria che avrebbe chiuso il discorso a suo favore.
02:40Per dieci minuti non si è usciti dall'area egiziana, con la sensazione di una forza
02:45montante all'attacco e di una calante sempre più asserragliata nella ridotta dell'area
02:51piccola. Ha preso una prima traversa all'Iran, poi ha segnato il suo gol al cumile di una mischia
02:57furibonda e la gioia dei guerrieri, come hanno deciso di chiamarli a Tijuana, stante gli ostacoli
03:04che hanno dovuto abbattere soltanto per giocare. È stata contagiosa, ma il colpo finale di
03:11Khalil Zadeh era stato calciato in lievissimo fuorigioco, mezza scarpa per l'esattezza.
03:18E il richiamo del VAR ha gelato l'illusione di uno stadio impazzito. C'è stata poi una
03:23seconda traversa e una squadra in ginocchio al fischio finale respirando naso e bocca perché
03:30di ossigeno nei polmoni non era rimasto nulla.
03:34Si è sentita allora, e penso sia accaduto a chiunque abbia seguito quei minuti, una profonda
03:40empatia con 11 ragazzi arrivati a tanto così dall'impresa in condizioni disagevoli.
03:47Non al loro regime, non a dirigenti che hanno negoziato prima del match la non esposizione
03:55dei simboli del Pride come originariamente doveva essere. Soltanto ai giocatori. Chapeau.
Commenti

Consigliato