Un'Europa accerchiata, fragile, chiamata a reagire prima che sia troppo tardi. È un messaggio tutt'altro che celebrativo quello affidato da Mario Draghi al videomessaggio con cui ha ringraziato per il conferimento del Premio Carlo Magno, riconoscimento simbolo dell'integrazione europea. Dietro i toni istituzionali e la consueta sobrietà dell'ex presidente della Banca Centrale Europea, emerge infatti un giudizio severo sullo stato di salute dell'Unione. «Sono profondamente onorato di ricevere il Premio Carlo Magno, che segna la storia dell'Europa degli ultimi 75 anni», esordisce Draghi. Ma subito dopo arriva il passaggio che rompe il clima celebrativo: «Questa decisione arriva in un momento in cui l'Europa ha molti nemici. Forse mai così tanti come ora. Nemici interni ed esterni». Una frase netta, che fotografa un continente attraversato da tensioni geopolitiche e divisioni politiche. Draghi non fa nomi, ma il riferimento è evidente, dalle pressioni internazionali alle crisi alle porte dell'Unione, fino alle spinte centrifughe che da anni minano la coesione europea dall'interno. Un'Europa che, nelle sue parole, non può più permettersi esitazioni. «Vogliamo preservare la nostra Europa», afferma, aggiungendo che «gli europei dovranno avvicinarsi come non hanno mai fatto prima». Un appello all'unità che suona però come una constatazione amara di quanto quella stessa unità sia oggi lontana. Il cuore del messaggio è forse il passaggio più autocritico, quando Draghi parla di «debolezze auto-inflitte». Un'ammissione rara nel linguaggio delle istituzioni europee, che chiama in causa scelte politiche e strategiche maturate negli anni. «Per prima cosa dobbiamo superare queste debolezze», dice, indicando la strada: «Dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente». Parole che segnano un cambio di tono significativo. L'Europa, secondo Draghi, non può più limitarsi a difendere i propri valori a parole, ma deve dotarsi degli strumenti per proteggerli concretamente. «Solo così potremo preservare i nostri valori e trasmetterli come eredità alle future generazioni», sottolinea. Ma il rafforzamento militare e politico evocato dall'ex premier apre interrogativi tutt'altro che secondari, soprattutto in Paesi come l'Italia, dove il consenso verso ulteriori cessioni di sovranità resta tutt'altro che scontato. Il videomessaggio di Draghi finisce con una serie di ringraziamenti, ma l'impressione è che il vero messaggio sia un altro: l'Europa non è più un progetto al riparo dalle tempeste della storia. E se oggi ha «mai avuto così tanti nemici», come afferma lui stesso, una parte delle responsabilità risiede anche nelle sue scelte passate. Un allarme lanciato dall'interno dell'establishment europeo, che invita a reagire, ma che lascia aperta una domanda fondamentale: rafforzare l'Unione significherà davvero avvicinarla ai cittadini, o renderla ancora più distante? Abbonati a Money.it - naviga senza pubblicità e scopri tutti i contenuti premium dedicati agli abbonati: https://premium.money.it/
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