IL VIDEO QUI SOPRA è stato realizzato la sera del 6 settembre, al Lido di Venezia. Scommettete che sabato 12 settembre rivedremo la stessa donna che qui sfila sul red carpet in abito bianco "sporco" di sangue (sono delle nappine rosse decorative) ritirare il Leone d'oro della 83ma Mostra Internazionale d'Arte cinematografica di Venezia? Davvero, al Lido si accettano già scommesse. Lei, la donna vestita di bianco macchiato/decorato di sangue, è May el-Toukhy, regista di Woman Unknown, l'unico film diretto da una regista del concorso del Festival di Venezia 2026. Una manciata di giorni prima dell'inizio della kermesse, si è aggiunta Rachel Szor, che però co-dirige NAZA. E il "co" qui è importante. Perché l'unica che ha il suo film in gara resta lei, May. Non è questione di quote rosa. Woman Unknown meriterebbe il premio principale anche se a dirigerlo non fosse una donna. Ma non esisterebbe se a dirigerlo non fosse una donna. Questa donna. May, regista danese d'origine egiziana (il padre), ha spiegato cosa significa il suo film. Che è ambientato nella Copenaghen del 1945 e ci mostra donne che arrivano a condannare altre donne, a parole e nei fatti. Donne pronte a tutto per migliorare (?) la propria vita. Donne seviziate in pubblico, versione aggiornata (al 1945 e a oggi) dei roghi delle streghe. A un certo punto i corpi delle donne (come le porte) vengono marchiati dagli uomini di svastiche rosso sangue: collaborazioniste. Ma tutti lo sono stati, in Danimarca. «Il mio film è un film di guerra, ma non perché ambientato in quel momento di "guerra civile" che ovunque ha contrassegnato la liberazione dall'occupazione tedesca, usata non solo in Danimarca come resa dei conti anche personale. In Woman Unknown le battaglie centrali sono quelle sul corpo delle donne. Quello della protagonista Marie che sta per sposare il suo datore di lavoro e uscire dalla povertà e dal passato che nasconde. Delle accusate di essere state amanti dei tedeschi che vengono rapate, siglate sulla schiena (e il rosso dell'abito è lì, ndr) e violentate in pubblico. Le domestiche che sparlano una dell'altra per sopravvivere in un mondo maschile. La donna che diventa capro espiatorio per il suo essere libera, autonoma, indipendente». Il sangue sull'abito bianco è quello rosso delle svastiche disegnate nel film. Una provocazione, certamente: il bianco e il rosso sono anche i colori della bandiera danese. Il film ce lo ricorda sempre. Come ci ricorda che il marcio in Danimarca non finirà mai. E non solo in Danimarca ha denunciato la regista a Venezia, poche ore prima di vestirsi di bianco macchiato rosso sangue. Maggie Gyllenhall, presidente della giuria che assegna i premi principali, a suo modo ha fatto notare l'esiguità della presenza femminile in concorso, ancora prima che il festival partisse. Non si lascerà scappare l'occasione di premiare Woman Unknown.
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