«Charlot è un vagabondo, un gentiluomo, un poeta, un sognatore, un uomo solitario, sempre speranzoso di romanticismo e avventura.» Con queste parole Charlie Chaplin descrisse il personaggio de Il Vagabondo — in Italia Charlot — al produttore americano Mack Sennett. Un uomo che si muove spensierato sul filo che separa dramma e comicità. Un uomo che è specchio della società, dei suoi problemi e delle sue esigenze. Per questo, forse, 429 persone si sono riunite con bombetta nera, baffi a spazzolino e bastone da passeggio sulle rive del lago di Ginevra. Il 7 giugno a Corsier-sur-Vevey, in Svizzera, un esercito di Charlot si è riunito per celebrare il decimo anniversario di Chaplin's World, il museo dedicato alla vita e all'arte di Charlie Chaplin. Il luogo dove il grande comico visse gli ultimi trent'anni della sua vita.
[caption id="attachment_2794203" align="aligncenter" width="1024"] Persone vestite da “Vagabondo” durante un evento per celebrare il decimo anniversario del museo Chaplin's World a Corsier-sur-Vevey, Svizzera. (Getty Images)[/caption]
Un record che vale (quasi) doppio
Il raduno non ha battuto il Guinness World Record del 2017, quando furono 662 i sosia a sfilare in costume, ma poco importa. A più di quarant'anni dalla morte di Chaplin – scomparso proprio a Corsier-sur-Vevey nel 1977 – il mondo non solo non lo ha dimenticato, ma continua a volersi letteralmente mettere nei suoi panni.
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Chi era Il Vagabondo e perché non lo dimentichiamo
Il Vagabondo – The Tramp per gli anglofoni, Charlot per francesi e italiani – è forse il personaggio più iconico che il cinema abbia mai prodotto. Comparso per la prima volta nel febbraio del 1914, questo ometto con le scarpe troppo grandi, i pantaloni larghi e la giacchettina stretta ha qualcosa di universale che resiste al tempo: la dignità di chi non ha niente, la leggerezza come forma di resistenza, la risata come risposta al dolore. Chaplin lo costruì come specchio del proprio tempo – la miseria delle periferie industriali, l'alienazione dell'uomo moderno – ma con una grazia così pura da attraversare indenne ogni epoca.
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L'erdità di Charlie Chaplin: l'alfabeto muto dei sentimenti
Chaplin non è stato solo un attore. Era uno scrittore, un intellettuale, in qualche modo un sociologo. Ha insegnato al mondo che la commedia può essere lo strumento più affilato per dire la verità, che la vulnerabilità non è debolezza, e che ridere – di sé, del potere, del caso – è un atto di sopravvivenza e resistenza. Tutto ciò senza dire una parola, attraverso i gesti, le espressioni, il portamento e un bianco e nero che ha raccontato le sfumature più di qualsiasi colore.
[caption id="attachment_2794202" align="aligncenter" width="1024"] Persone vestite da “Vagabondo” durante un evento per celebrare il decimo anniversario del museo Chaplin's World a Corsier-sur-Vevey, Svizzera. (Getty Images)[/caption]
Charlot nel 2026, più attuale che mai
Quando il futuro è incerto, le disuguaglianze aumentano, le guerre dilagano, Charlot torna ad essere uno specchio fedele del tempo. Il vagabondo è l'outsider per eccellenza: precario, sradicato, spesso incompreso, eppure capace di trovare bellezza e umorismo ovunque. La scena di Tempi Moderni in cui viene inghiottito dagli ingranaggi di una fabbrica sembra scritta per descrivere l'ansia da prestazione del presente e la paura per il lavoro del futuro. Il finale de Il Grande Dittatore, con il suo discorso sull'umanità e sulla fratellanza, suona oggi come un appello urgente, non come un reperto d'archivio. Forse è per questo che quelle 429 persone hanno sentito l'esigenza e il piacere di mettersi nei panni di Charlot. «Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco», diceva Chaplin ne Il Grande Dittatore. Che Charlot torni per ricordarcelo.
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