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  • 2 giorni fa
E se la vita bohémien di studenti piccolo borghesi e di fioraie e soubrette fosse una meraviglia di quelle in cui Alice si trova a sognare nel romanzo nonsense di Lewis Carroll ?
È quanto su cui si e ci interroga Bàrbara Lluch, regista di «La bohème» di Puccini in scena al Teatro di San Carlo da mercoledì 8 aprile, con Michele Gamba sul podio, in una produzione che ha avuto il battesimo al Festival Tirolese di Erl e che vanta la direzione artistica di Jonas Kaufmann. Il dialogo tra il pur referenziato e piu che promettente direttore e l’orchestra si è evoluto nel corso della recita, ma senza riuscire a cancellare un inizio più da incomunicabilità di Antonioni che da fantasiosità di Carroll. A tratti il golfo mistico è parso metafora del cunicolo incantato di Bianconiglio in cui sprofonda Alice.
La prima parte della recita dell’8 aprile è scorsa via tra squilibri tra buca e palco e difficoltà riconducibili a cattive condizioni fisiche del tenore Kang Wang, di suo poco espressivo, forse perché in una modalità risparmio energetico, in cui si immagina difficile riscaldare la “gelida manina” di una innamorata con cui, per altro, Rodolfo interagisce castamente distante.
Non possiede autentica cifra pucciniana Pretty Yende, ma ha tecnica e musicalità tali da potere affrontare con padronanza il ruolo di Mimì, d’altra parte in una cornice “senza senso” è impresa ardua debuttare un’opera così intrisa di “quelle cose che han nome poesia”, poesia che a tratti sembra essere fuggita verso lidi lontani attraverso la porta totem che campeggia sulla scena disegnata da Alfons Flores e popolata da interpreti indossanti i costumi da cartoon di Clara Peluffo Valentini; i video di Tal Rosner confermano cromaticamente l’idea di Lluch di contrasto tra colore e grigio, vita e morte, energia e malattia terminale.
Convince pienamente la Musetta di Marina Monzó: seduttiva ed empatica quanto il ruolo esige.
Non è parso attorialmente ben collocato Artur Rucinski in un Marcello sentimentalmente poco coinvolto, al contrario di un ottimo Colline di Gianluca Buratto, capace di fare esplodere un partecipato applauso al termine di «Vecchia zimarra».
Compito svolto con diligenza da Alessio Arduini a dare vita a Schaunard.
Ben completato il cast con Matteo Peirone (Benôit / Alcindoro), Ivan Lualdi (Parpignol), Ciro Giordano Orsini (sergente dei doganieri) Giuseppe Todisco (un doganiere) e Mario Rosario Thomas (un venditore ambulante).
Preparato e bene inserito pur in una messa in scena con pochi riferimenti e un terzo quadro da horror vacui, il Coro diretto da Fabrizio Cassi, che come sempre presta propri artisti al cast solistico.
Deliziose e visibilmente divertite le Voci bianche preparate da Stefania Rinaldi.
Costellate di interrogativi sono le note di regia di Lluch e, se alla fine della recita lo spettatore restasse interdetto, la regista catalana potrebbe persino ritenere di avere centrato l’obiettivo.
La vicenda è tutta traguardata attraverso Lewis Carrol e, si interroga Lluch:
«Come vive una persona giovane il suo ultimo amore, il suo ultimo bacio? Com’è l’esperienza del suo ultimo Natale, dell’ultima volta che vede la neve cadere? Come affronta un ragazzo giovane la malattia e la morte imminente della persona che ama?»
Ecco, quello dell’artista catalana è un teatro di domande che allo spettatore si preoccupa di riservarne una, se godere ed emozionarsi per una finzione e riuscire ad essere soggetto attivo nella realtà cruda, amara e cinica; è il credo drammaturgico della regista che esprime l’intento di fare riflettere al cospetto di una leggerezza dell’illusione che strida con la durezza della vita reale.
Il pubblico ha applaudito a lungo: con entusiasmo alla volta di Pretty Yende e con freddezza, ma senza palesi dissensi verso la regia e la conduzione, tra bon ton e rassegnazione. (Dario Ascoli)

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