Dubai bye bye. Non è ancora Ghost City, ma il fantasma della guerra fa paura. E chi può, se ne va. Dopo la grande fuga dei turisti, nei giorni scorsi, tre attacchi in 24 ore stanno convincendo anche i più riluttanti: Deloitte, PwC, Citibank, i grandi gruppi finanziari e le maggiori società europee e americane hanno già chiuso i loro uffici negli Emirati. E il personale è stato rimpatriato coi pochi voli che ancora si trovano, perché da Klm a Royal Air Maroc, da Lufthansa ai thailandesi, stanno sbaraccando tutti. La guerra nel Golfo scuote solide certezze: son tornati i droni iraniani e dopo l’attacco all’aeroporto, mercoledì mattina, nella notte hanno colpito una base militare, un hotel, il distretto finanziario, l’autostrada a 12 corsie Sheikh Zayed che attraversa la capitale. «Piccoli incidenti», li definiscono le autorità. «Solo un po’ di calcinacci caduti in strada», dice un poliziotto: in poche ore, sui luoghi presi di mira da Teheran, la nettezza urbana aveva già provveduto a cancellare quasi ogni traccia. La percezione però è diversa: si svuotano i grandi centri commerciali, diminuisce il traffico nelle strade, deserti gli hotel e i ristoranti, zero bagnanti sulle spiagge. Addio pace per gli expat: «I droni non stanno centrando solo palazzi – dice il manager d’un albergo alla Marina -, questi sono colpi all’idea stessa di Dubai». È quel che più spaventa, qui: in tutti gli Emirati, la polizia ha denunciato – e in un caso, perfino arrestato – ventuno residenti stranieri che avevano osato postare sui social i video degli attacchi iraniani, il fumo e le fiamme. L’accusa è di “criminalità informatica” e di “attentato alla sicurezza pubblica”. La legge è severissima, si rischiano anche due anni di carcere, oltre che multe ed espulsioni. Come se fosse facile, cancellare la realtà.
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