Circa alle due di notte la festa a casa dell’amico Rinus sta per finire e Barbara mi chiede di accompagnarla a casa. Mi infilo il cappotto e prendo la ragazza per mano. Quando usciamo fuori rimango stupito. É una notte di febbraio. Una luna piccola e bianchissima rischiara la campagna irrigidita dal gelo. La festa calda e rumorosa che abbiamo lasciato dietro di noi sembra un evento lontano. La campagna sotto la luna è statica, inanimata, come vetrificata nella morsa dell’inverno. Cautamente muoviamo i primi passi sulla strada bianca. “Ti sei divertito alla festa? Anche mia nonna fa festa la notte del plenilunio...” sussurra Barbara sottovoce e il suo respiro si condensa in vapore davanti alla bocca. Restando uniti camminiamo piano nella campagna lucente e silenziosa dove anche il tempo è rallentato. A questa ora della notte sembra di trovarsi in un mondo irreale. Le pozzanghere sono specchi di ghiaccio. Sento il corpo di Barbara appoggiato al mio e mi sembra di muovermi dentro un sogno. Forse è l’alcool che ho bevuto a farmi questo effetto. Dopo un ponticello sul fiume la stradina costeggia una distesa di meli appena potati. Sotto la luna i tronchi bassi dei meli sono neri e contorti. I rami sono scheletrici, minacciosi, con punte, gomiti, corna... Sento Barbara che si stringe di più a me. Ha il corpo soffice e caldo e mormora: “Tienimi vicino. Ho paura... Di notte, mia nonna vede persone che si rincorrono tra i meli...” Procediamo ancora. Nel silenzio si sente solo il rumore cadenzato dei nostri passi. Finalmente arriviamo in vista delle prime case del villaggio. Sagome di ombre nere e inclinate sormontate dai comignoli. I comignoli sono immobili e sembrano in agguato. Hanno forme bizzarre, coniche, storte, appuntite... Ancora la voce emozionata di Barbara che sussurra vicino a me: “Sento freddo. Nelle notti come questa mia nonna vede persone che escono dai camini...” Arrivati sotto l’ombra di una casa, ci fermiamo davanti a una porta. Barbara infila la chiave. Gli scatti della serratura sono come colpi di martello. Quando la porta è aperta lei si volta verso di me: “Beh. Ciao” dice. Mi dà un bacino sulla guancia e si ritira dentro. Io mi incammino verso casa mia ma dopo pochi passi sento la porta che si riapre e la voce di Barbara che chiama piano: “Aspetta. Volevo chiederti...” Mi volto e resto in attesa. La voce di lei riprende ancora più bassa e impaurita: “... No. Nulla. Un’altra volta... forse...” E richiude definitivamente la porta.