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  • 12 anni fa
Lettura di Francesco Cusani.

Ci innamorammo immediatamente di quelle strane scarpe...

Primavalle, un giorno qualsiasi della seconda metà degli anni settanta.

Si scendeva in strada il prima possibile, la scuola per quelli del primo turno finiva alle 13:30, un boccone veloce a casa con la solita minestra e via, giù in strada. La mamma strillava un po', ma era impossibile fermarmi.
Si scendeva sotto casa, si trovava un pallone e si facevano due squadre che non erano mai pari, c'era sempre uno in più, ma la partita iniziava.
Il proprietario del pallone giocava sempre, anche se era una pippa.
Il pallone era sempre di una pippa.
Il campo a dir il vero non era un granché, in fondo era solo una strada cieca di 60 metri di lunghezza per 10 di larghezza, con tutti i trabocchetti possibili: macchine parcheggiate, buche, inferriate con spunzoni, filo spinato, serrande di garage, portoni con vetri e finestre dei mezzanini sempre a rischio. E poi c'erano i vari proprietari che non erano molto felici delle nostre partite.
Una vera divisa sportiva non esisteva, si scendeva con una maglietta bianca, i jeans o i calzoni e i mocassini. D'inverno si era costretti al maglioncino girocollo di lana super aderente che finiva per soffocarti di sudore.
Il pallone, quando andava di lusso, era un Tango Dirceu o un SuperSantos, ma il più delle volte si giocava con il SuperTele che andava dove voleva lui e se ti sedevi sopra lo ovalizzavi all'istante.
Ma si giocava sempre. Non c'era pioggia o caldo che ci fermava, non c'erano mamme o nonne che potevano influire sugli orari delle nostre partite, non esisteva nessun Sor Gigetto che poteva fermarci bucandoci un pallone o Sor Oreste che andava a protestare dalle nostre madri.
Solo l'oscurità poteva far finire la partita.

A volte, nelle giornate calde dell'estate, si interrompeva la partita per andare dal “vini e oli” a prendere un bel bicchiere di spuma bianca.

Nessuna partita poteva finire in pareggio: in qualche modo si doveva concludere e quando scendevano le tenebre, anche se si stava 32 a 2, c'era sempre qualcuno che diceva: "chi fa questo ha vinto".

Tornati a casa il problema non era che non si erano fatti i compiti, ma l'integrità del nostro vestiario: buchi ai calzoni o alla suola dei mocassini erano veri e propri drammi.
Io temevo tantissimo la rottura delle scarpe, ne rompevo in continuazione e quando andavo a comprare le scarpe nuove con mia madre, mi sentivo sempre in colpa sentendola borbottare "che n’ce s’ariva più". E poi, per un po' di giorni non giocavo, ma il richiamo della foresta era fortissimo e un paio di sberle in fondo passano presto.

Acciarini, di noi era il più matto; quando il pallone andava su qualche balcone o tetto, era sempre il primo ad arrampicarsi; se gli capitava un pallone rimbalzante, scaricava sempre una bordata micidiale. Ha bucato centinaia di palloni e rotto decine di vetri, tanto lui era il più fico e giocava sempre; quando il Sor Gigetto ci correva dietro per mollarci qualche sberla, era il più veloce e nessuno lo ha mai preso.
Acciarini un giorno comparve al campetto con le “Mecap”, azzurre, con due bande laterali gialle e una para di gomma bianca con la quale si scivolava sempre: questo non era un difetto in un campetto di periferia.
Acciarini faceva delle scivolate meravigliose e sempre ti arrivava addosso togliendoti la palla, in fondo, chi non si prendeva il rischio della scivolata era considerato un fighetto, o di seconda fascia, e se non aveva il pallone, spesso non giocava.
Ci innamorammo immediatamente di quelle strane scarpe, in pochi giorni comparvero ai piedi di Fazzoletto, Romoletto, Blocco e Fischio che era così mingherlino che quel suolone di gomma pareva che gli arrivasse alle ascelle.
Poi erano tremendamente economiche, anche se non duravano niente. In realtà bisognava dire non duravano niente intere, ma con profonde incollature Blocco, con un solo paio di scarpe, ci ha fatto tutte le medie.

continua... leggi il testo integrale su www.suonamiunapoesia.it
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