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  • 12 anni fa
Lettura di Rainalda Lally Torresini.

Alla fine dei lontani anni ’70, avevo iniziato da poco la mia lunga transumanza, che avrebbe poi caratterizzato il resto della mia vita lavorativa, intorno al mondo, in particolare in Estremo Oriente, usando Singapore come base per i miei viaggi in Tailandia, Burma (oggi Myanmar), Vietnam, Laos, Malaysia e Indonesia.
A Singapore avevo stretto amicizia con un cliente con cui avevo in comune diversi “hobbies”, tra cui la pesca e la buona cucina, passavamo insieme le ore libere pescando e facendoci pantagrueliche mangiate di gamberetti cotti al vapore inzuppati nell’olio di soia.
Una volta, era un sabato, giunto alla fine della mia permanenza, infatti sarei partito la domenica pomeriggio intorno alle 16.00 per Hong Kong, quando l’amico mi propose un’ultima partita di pesca nella jungla, avremmo pescato il famoso “silver tiger fish”, molto combattivo, che frequentava le acque salmastre nei ruscelli che sfociavano in mare, annidandosi nelle mangrovie. Il luogo di pesca non era molto distante, poco più di un’ora di macchina e 30 minuti a piedi nella jungla. Per sicurezza avrei lasciato le valige in macchina e avrei indossato la mia tenuta di pesca, che merita un appunto a parte. Qualche tempo prima mi ero trovato con un altro amico a Bangkok e, visitando un mercatino dell’usato, trovai una divisa da jungla dei “Berretti verdi” americani, completa di stivaletti, a un prezzo esiguo. Era l’ideale per i miei fine settimana sportivi, non si strappava con le spine... la acquistai
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