Lettura di Giorgia Padovani.
Mentre andavamo dritte e in silenzio al bar, senza un preciso motivo, senza volerlo, ma inevitabilmente, ho incominciato a fare attenzione a non camminare sulle linee divisorie del marciapiede, i miei piedi avanzavano con cadenza regolare, precisa, scandita, prima il destro, poi il sinistro: “uno, due, uno, due, uno, due!” Incedevo con passi cadenzati scansando scrupolosamente tutte quelle fessure, quasi come fossero buchi neri o abissi infernali. Durante questa marcia ineluttabile e assurda, ho incominciato, sempre inevitabilmente, come spesso mi accade, a contare i numeri delle targhe delle macchine che passavano sulla strada, alla mia destra.
Il traffico, scorrevole ma lento, mi permetteva di farne la somma e di verificare se il totale fosse pari o dispari, e di verificare, soprattutto, se fosse otto. L’otto, fin da piccola, mi ha rassicurata, è costituito da due sfere vicine, due mondi che si toccano, mi ricorda due piccole pance, due tondi seni, due bei testicoli, l’otto mi protegge, mi anticipa che ci sarà continuità, rifugio, soluzione, salvezza.
Ogni volta che invece la somma finale è un numero dispari, ma soprattutto se è il sette o il nove, allora il sangue mi si raggela. “Mio Dio – penso – ci sarà un disastro, una sciagura!”. Ho sempre associato i numeri dispari all’incompletezza, alla sospensione, alla difficoltà di trovare un sottomultiplo, una soluzione! C’è sempre un’unità che rimane da sola, appesa, senza compagnia, senza amore.
Questo lavorìo mentale compulsivo, coatto, ma al contempo rassicurante e liberatorio avveniva senza che mia madre se ne accorgesse. Anzi, per la verità, ho avuto addirittura l’impressione che lei seguisse il mio andamento perché giusto e opportuno. Quando siamo giunte alla soglia del bar, stranamente vi sono entrata senza chiedermi: “Con quale piede varco l’ingresso, col destro o col sinistro?!”
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