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    Franco Volpi,esperto di Heidegger

    Riposta
    Pasqualino Marin

    per Pasqualino Marin

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    Essere e tempo (1927) (rappresenta la parte prima del pensiero di Heidegger; dopo la guerra, il filosofo si concentrerà più sull'essere che si esprime attraverso non più la filosofia, ma attraverso la poesia e il linguaggio)
    Rispetto al maestro Husserl, Heidegger apprende il metodo fenomenologico ma opera una riforma sostanziale: Heidegger infatti critica il suo maestro per non aver dato importanza alla storicità dell'io, ponendosi come compito solo quello di cogliere l'essenza elle cose. L'epochè, però, annulla l'esistenza storica del soggetto. Nonostante Husserl ponga l'Io trascendentale nella temporalità, l'epoché mette tra parentesi il mondo e la temporalità raccoglie il vissuto della coscienza, senza contare la vita collocata nelle diverse situazioni storiche.
    La vita, secondo Heidegger, non può invece essere colta attraverso un metodo scientifico oggettivo e distaccato. L'atteggiamento puramente teoretico della fenomenologia husserliana non coglie appieno l'elemento specifico della vita, perché lo irrigidisce senza contare la sua appartenenza al mondo. Per questo motivo, secondo Heidegger, la filosofia deve presentarsi piuttosto come ermeneutica della fatticità, ovvero come interpretazione che la vita dà di se stessa quale di fatto è.
    Heidegger pone inoltre attenzione al problema del senso dell'essere. Il termine essere può essere usato in molti significati (come esistere, oppure essere vero, o come copula); il problema è trovare un significato primario che li raccolga tutti. Solitamente si dice che l'essere è il concetto più generale di tutti, per cui è impossibile definirlo altrimenti: definire una cosa infatti richiede l'esibizione di un genere all'interno del quale l'oggetto possa essere definito mediante una distinzione precisa.
    Secondo Heidegger, la domanda sull'essere implica un qualcosa che viene cercato (l'essere) e qualcuno che viene interrogato (l'ente). L'ente che si interroga sul senso dell'essere, occorre che comprenda la domanda che si sta ponendo, per cui deve esserci un ente a cui appartenga la comprensione dell'essere.
    L'ente che può porsi il problema dell'essere è chiamato da Heidegger l'esserci e viene identificato nell'uomo. L'essenza dell'essere (e quindi la determinazione propria d'essere) è l'esistenza, che è però sempre in gioco e mai data stabilmente. Per questo l'esserci non è mai dato definitivamente ma è sempre una possibilità d'essere.
    L'esserci è l'ente che si pone la domanda sull'essere , di cui, già di per sé, ha una comprensione vaga e indefinita, altrimenti non avrebbe per lui alcun senso porsi la domanda. Dunque fa parte della costituzione dell'esserci l'essere-in-rapporto all'essere.