Usa: l'omicidio Brown e la tossica eredità razziale che infetta le città

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Gli ultimi grandi scontri razziali negli Stati Uniti erano scoppiati nel 2010. I fatti risalgono alla notte di San Silvestro del 2009: Oscar Grant, un giovane macellaio viene colpito mortalmente alla schiena da un poliziotto che dirà di aver confuso la sua pistola e con il suo taser. All’annuncio del verdetto – una condanna a 2 anni di prigione – esplodono gli scontri.

La storia degli Stati Uniti è segnata dalla collera dei neri contro il razzismo dei bianchi. La segregazione razziale è durata 85 anni e ce ne sono voluti altri 10 di lotta per abolirla. Un successo che ha un nome, Martin Luther King, e una data: la grande marcia per i diritti civili del 1963.

Meno di un anno dopo, Martin Luther King sarà in prima fila quando alla Casa Bianca, il presidente Lyndon Johnson firma il Civil Right act che dichiara illegali le discriminazioni in base alla razza, al colore, alla religione, al sesso o alla nazionalità.

Dall’abolizione ufficiale e alla risoluzione del problema, la strada è lunga. Le discriminazioni persistono nei centri urbani e gli anni ’60 sono caratterizzati da numerosi disordini. A volte mortali: Watts nel ’65, Detroit nel ’67, poi nel 1968 dopo l’assassinio di Martin Luther King. Il bilancio è di decine di vittime e migliaia di arresti.

La rabbia riemerge più forte con l’assassanio di Rodney King nel 1991. Il giovane viene fermato dalla polizia per eccesso di velocità, al termine di un inseguimento. Il pestaggio viene filmato. 1 minuto e 20 secondi di violenza e un’incredibile assoluzione per gli agenti nell’aprile del ’92 ad opera di una giuria di soli bianchi. La violenza riesplode.

Poi, nel 2008, 45 anni dopo il famoso “I have a dream” di Luther King, accade l’impensabile. Gli Stati Uniti eleggono un presidente nero. Una notte storica che risveglia una speranza infinita per una comunità che continua a sentirsi discriminata.

Ma gli Stati Uniti che eleggono Obama, non sono poi tanto cambiati. Nel 2012, Trayvon Martin, un 17enne afroamericano, viene ammazzato in Florida da un vigilante. L’assassino, George Michael Zimmerman, viene assolto.

È l’unico caso in cui Obama ha paventato la possibilità di un crimine di odio razziale con le parole: “se avessi un figlio, sarebbe simile a Trayvon Martin”. Per il resto presidente si guarda bene dall’intervenire su queste discussioni: la morte di Michael Brown dimostra che la tossica eredità razziale ancora infetta le città e i sobborghi degli Stati Uniti.

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