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    Argentina nuovamente default dopo 13 anni

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    Per la seconda volta in 13 anni i cittadini di Buenos Aires si svegliano consapevoli che il loro Paese non è stato in grado di ripagare i debiti.

    I negoziati con i “fondi avvoltoio” americani, appellativo poco lusinghiero impiegato in Argentina, non hanno dato frutti ed è scattato il default tecnico.

    A mezzanotte di mercoledì scadevano infatti i termini per il ripagamento di 539 milioni di dollari di interessi sui bond ristrutturati dopo il primo “crac”.

    Ma il governo si è visto congelare i fondi da Thomas Griesa. Il giudice newyorchese era stato chiaro: prima, l’Argentina dare 1 miliardo e mezzo di dollari agli hedge funds che hanno rifiutato il concambio e vinto la causa.

    “L’Argentina ha pagato”, ha detto il ministro dell’Economia Axel Kicillof a New York dopo il fallimento dei colloqui.

    “I soldi ce li ha, continuerà a pagare alle prossime scadenze, perché vuole farlo e ne è in grado. Come si fa a dire che c‘è un default dichiarato da un giudice? È a lui che attribuiamo la responsabilità, al giudice Griesa”, ha dichiarato.

    Gli esperti, dal canto loro, scartano l’ipotesi di un effetto contagio sui mercati internazionali (da cui l’Argentina è quasi assente) e minimizzano l’impatto di questo nuovo tonfo.

    Nel 2001 il governo era davvero insolvente e il successivo collasso dell’economia portò alla perdita di milioni di posti di lavoro.

    Nonostante i probabili rossi di Borsa e l’impennata degli spread nei giorni a venire tutto dipenderà, dicono, dalla capacità del Paese di dipanarsi da questo groviglio economico-giuridico.

    Buenos Aires dice di non poter pagare i fondi “dissidenti”: la clausola di equo trattamento provocherebbe una valanga di richieste di pagamenti da parte dei detentori di bond ristrutturati.

    Qualcuno suggerisce di risolvere la situazione appoggiandosi a terzi, ad esempio le banche.