Ruanda, venti anni dopo il genocidio

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Ruanda, 1994. Venti anni fa il genocidio che in tre mesi porta all’uccisione di 800.000 persone, in maggioranza Tutsi per mano dell’etnia Utu.

Il passato in Ruanda serve ad affrontare il presente. Nel paese Utu e Tutsi oggi sono tornati a vivere gli uni accanto agli altri.

“Quando mi sono trasferito qui, ho scoperto che il mio vicino di casa era Mathias, uno degli assassini del genocidio” racconta Silas, Tutsi, che nel 1994 aveva appena 11 anni “Ha ucciso molte persone, ed era piena rancore. Ho avuto paura all’inizio. Invece si è rivelato un buon vicino. Si è pentito di quello che ha fatto, oggi non è più un assassino”.

La storia di Mathias e Silas non rappresenta un’eccezione. La convivenza tra Utu e Tutsi resta una questione complessa. Profonde le ferite ancora aperte nella società, dove in molti non riescono a dimenticare le violenze di quei giorni.

“Mentre ero in prigione, avevo smesso di sperare” ammette Mathias” Non pensavo che un assassino potesse tornare in libertà e che potesse vivere di nuovo accanto ad altri ruandesi. Avevo paura. Aver confessato i miei crimini mi ha aiutato a liberarmi di un pesante fardello”.

Iniziate già nel 1992 le violenze perpetrate dalla maggioranza Utu ai danni dei Tutsi vivono un’accelerazione improvvisa il 7 aprile 1994 dopo l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il presidente del Ruanda Juvenal Habyarimana. Per tre mesi massacri e violenze collettive si susseguono in tutto il paese.

Oltre due milioni i profughi.

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