Alghe e rifiuti organici. La scienza a caccia della bio-plastica

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Nel mare di rifiuti che ormai rischia di soffocarci e nelle alghe che proliferano sui suoi fondali. E’ qui che, secondo due progetti di ricerca europei, potrebbe nascondersi il segreto di un domani più verde. Comun denominatore è in particolar modo la caccia al Sacro Graal di una bio-plastica, che nella sua produzione prescinda dal petrolio.

Al centro di ricerca biologica di Madrid si lavora a “Synpol”: un progetto che deve il suo nome a una particolare miscela di gas.

A rivelarsi sotto le lenti dei microscopi sono i minuscoli protagonisti di questa possibile rivoluzione verde: i batteri derivanti dai rifiuti organici, in cui i ricercatori sostengono di aver trovato il “motore” di un procedimento in grado di produrre bio-plastica.

Sono proprio loro, secondo Auxiliadora Prieto e i suoi colleghi, i preziosi micro-organismi che in sé già nascondono segreto e ingredienti della produzione dei gas, necessari a innescare un processo naturale e alternativo alla produzione industriale di plastica.

“Questi batteri stoccano bioplastica al loro stesso interno, in forma di granulati che possiamo poi estrarre grazie a diversi procedimenti chimici – spiega la ricercatrice Auxiliadora Prieto -. In questo modo riusciamo a ottenere materiali di diversa natura. Qui abbiamo per esempio della bio-plastica, realizzata proprio in questa maniera”.

I risultati finora ottenuti incoraggiano lo staff di Madrid nella sua ricerca. Traguardo al quale lavora la squadra di “Synpol” è ora la sistematizzazione di un procedimento che ne permetta l’applicazione a una produzione di bio-plastica su larga scala.

Da Madrid ci spostiamo poi a Wageningen, nei Paesi Bassi. E’ nelle acque che vediamo scorrere al Food & Biobased Research Center, che secondo i ricercatori scorre il verde di cui potrebbe tingersi il nostro domani. A nasconderlo, sostiene lo staff che lavora al progetto “Splash”, potrebbero infatti esser le alghe.
L’attenzione si concentra in particolare su alcune varietà, che spiccano perché in grado di produrre abbondanti quantità di zuccheri e idrocarburi, alla base del processo di produzione della bioplastica.

“La ragione per cui con il Progetto Splash ci concentriamo sulle alghe deriva dal fatto che sono altamente produttive – spiega il ricercatore Lolke Sijtsma -. Da un lato assimilano luce solare, biossido di carbonio e minerali in maniera molto efficace. Dall’altra si prestano a essere coltivate in spazi impossibili da sfruttare per altre colture. Il fatto che non sottraggano quindi terreno a colture destinate alla produzione alimentari è di enorme importanza ed è anche per questo che in questo progetto ricorriamo alle alghe per la produzione di polimeri”.

All’origine del processo è una formula messa a punto da una compagnia olandese che permette la trasformazione degli zuccheri prodotti dalle alghe. Il risultato sono polimeri, ovvero aggregati di molecole di uno stesso tipo, in questo caso all’origine della materia grezza poi utilizzata per produrre bio-plastica.

“Non solo si emette il 70% in meno di biossido di carbonio – dice Ed De Jong della compagnia ‘Avantium’ -. Il vantaggio risiede anche nel fatto che si richiedono quantità decisamente inferiori di energie non rinnovabili. Il risultato è quindi più sostenibile e vanta anche proprietà migliori”.

I test condotti hanno infatti rivelato che la materia ottenuta presenta numerosi vantaggi. Maggiore solidità e robustezza rispetto alla plastica tradizionale permettono fra l’altro l’impiego di quantità più ridotte nella produzione di bottiglie o altri oggetti.

Caratteristiche che potrebbero schiudere prospettive quasi infinite. Secondo i ricercatori, la bio-plastica a “base di alghe” sarebbe infatti in grado di rosicchiare una consistente fetta di mercato a quella tradizionale. E soprattutto, di ridurne la quantità in circolazione di 5-10 milioni di tonnellate all’anno.

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