Facebook: fonte inesauribile per psicologi e sociologi

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Scrivi il tuo stato e ti dirò chi sei.
Un miliardo e duecento milioni di esseri umani connessi, per condividere in rete il meglio e il peggio di se stessi. Su Facebook si incontrano profili di ogni genere: una manna per gli psicoterapeuti.

Ci sono i millantatori: “Sulla strada di casa, mi hanno fischiato due volte, mi hanno suonato due volte e quasi causavano un incidente perché rallentavano per per guardarmi. A volte odio i ragazzi”;

quelli alla perenne ricerca di attenzione: “Questo potrebbe essere un giorno moooolto importante”;

i narcisi, che raccontanto ogni dettaglio delle loro giornate: “Uscito dalla palestra, adesso a casa per studiare”;

quelli che cercano di mostrare al mondo un’immagine positiva di se stessi: “Sono profondamente solidale con gli egiziani che lottano per il loro diritto alla libertà. Ogni individuo ha il diritto di essere libero e prego che vincano”.

Per gli specialisti tutto ciò che viene scritto sulle pagine del social network è sociologicamente e psicologicamente interessante.

“Coincide – spiega la psicoterapeuta Lucy Beresford – con il nostro profondo desiderio di affermazione, di affermazione positiva. Penso ai ‘poke’, penso ai ‘mi piace’. Ci sono persone che fanno cose solo per poi postarle su Facebook e quindi ottenerne un feedback e una gratificazione immediata. Ma non è sano”.

In dieci anni l’uso del social network si è evoluto. Il sito, che per festeggiare il suo decimo compleanno offre ai suoi utenti un’applicazione in grado di tracciare la propria vita su Facebook, si è trasformato. Da luogo virtuale a una rete di condivisione. Che memorizza tutto: “Facebook adesso – sostiene Karen North, docente di Social Media all’Università Southern California – è la tua rubrica, la tua galleria fotografica. Ha una galleria di foto di tutta la tua stirpe familiare. Persone che andavano assieme a scuola e ora hanno ritrovato vecchie foto della loro infanzia. Adesso quindi abbiamo un ampio album fotografico sulla nostra storia familiare e sulla nostra vita sociale”.

Ma come altri social network Facebook è diventato anche una piazza per l’informazione alternativa a quella formattata da Stati censori.

“Il giornalismo partecipativo – ripercorre Bel Trew, giornalista che vive a Il Cairo, in Egitto – è esploso davvero nel 2011 e Facebook
e Twitter erano due modi per ottenere informazioni su quel che accadeva nel resto del mondo. Perché i media dei loro Paesi non le fornivano”.

I profili degli utenti intanto cambiano. Gli adulti, che hanno smesso si demonizzare il social network, sono sempre più presenti. Ora il timore di Zuckerberg è un altro: che i più giovani si siano già annoiati del ‘giochino’.

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