"Fatherland", dentro i campi di addestramento dei nostalgici afrikaner

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Niente a che vedere con il best seller di Robert Harris. In comune, oltre al nome “Fatherland” (Patria) di Tarryn Lee Crossman ha soltanto un’ambientazione di estrema destra.

È un documentario che segue per nove giorni la vita di tre afrikaner, abitanti di etnie bianche del Sudafrica, in un campo Kommandokorps, luogo di addestramento paramilitare, alle porte di Pretoria.

I campi si svolgono quattro volte all’anno e sono tenuti da ex militari, come il colonnello Franz Jooste, che hanno combattuto ai tempi dell’apartheid, prima del 1994, quando De Klerk portò a compimento il processo di democratizzazione del Paese.

Tarryn Lee Crossman racconta così la sua esperienza: “È stata una complicata esperienza fare questo film, stando nei campi con queste persone. Penso che molte persone mi abbiano chiesto cosa sia cambiato nella mia opinione sugli afrikaner, dopo essere stata nei loro campi, avendo in mente l’opposto di quanto mi è successo. Ci sono entrata pensando che, molti tra gli afrikaner siano razzisti, ma ne sono uscita con più empatia per una cultura di diseredati. Uomini come Franz hanno il cuore spezzato, hanno combattuto per qualcosa che non ha cittadinanza”.

La regista ha vissuto nel campo per tutta la durata delle riprese, osservando da vicino gli insegnamenti impartiti ai giovani, sulla carta per difendere le proprie comunità rurali da attacchi esterni.

I ragazzi soggiornano in tende, dentro un bosco lontano da tutto. Vengono indottrinati, forzati a decidere se si sentano o meno a loro agio nel Sud Africa attuale.

Solo una piccola minoranza di afrikaner prende parte ai campi. Ma i sentimenti che vi vengono propugnati, secondo la Crossman, sono piuttosto diffusi nel Paese.

“È la ragione per cui ho accettato che il film uscisse. Ero dibattuta, a causa della conflittualità che avrebbe generato. Ma sento che molte delle cose che vi vengono dette, anche se a un livello meno estremo, sono ancora parte della quotidianità del Sudafrica. E non faremo alcun progresso se non ci rendiamo conto che occorre parlarne”.

Un viaggio nei pregiudizi duri a morire. Il documentario esplora la linea sottile che separa l’identità culturale dal razzismo. Braci che covano sotto le ceneri a quasi vent’anni dalla fine del periodo buio della segregazione.

Un film che costringe ad affrontare i demoni razzisti che albergano in ognuno. Nella comunità afrikaner c‘è anche chi sostiene che il suo unico effetto sarà resuscitare vecchi fantasmi dimenticati.

“Fatherland”, a Johannesburg, è arrivato nelle sale in singolare concomitanza con l’uscita del film basato sull’autobiografia di Nelson Mandela: “Il lungo cammino per la libertà”.

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